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«Il terreno dello spreco è il primo terreno da arare» ha detto Carlo Petrini, presidente di Slow Food, durante il recente G7 dell’agricoltura a Bergamo. «Siamo arrivati a percentuali insostenibili e prima di pensare all’aumento di produzione bisognerebbe pensare a metodi per ridurre la quantità di cibo buttato via».

I dati di questo fenomeno sono preoccupanti: secondo la Fao sono 3,9 miliardi le tonnellate di cibo prodotte ogni anno nel mondo. Di queste 1,3 vengono sprecate, ovvero 4 volte la quantità di cibo necessaria a sfamare 795 milioni di persone denutrite nel mondo, quasi l’11% della popolazione mondiale. Siamo sicuri che sia necessario continuare ad aumentare le rese, o possiamo davvero rivedere i nostri modelli produttivi?

Spreco di mele

E la lotta allo spreco è sicuramente uno degli impegni più urgenti da adottare, sia da parte dei consumatori sia da parte dei produttori. E magari dovrebbero muoversi politica e istituzioni. In questa direzione va lo studio Surplus food management against food waste realizzato per conto della Fondazione Banco Alimentare Onlus. A partire da questo lavoro, stiliamo un piccolo vademecum per rispondere a 4 semplici domande.

Dov’è lo spreco?

Se parliamo dell’Italia, dobbiamo considerare che sprechiamo 5 milioni di tonnellate di cibo, quantità che ogni anno buttiamo impietosamente nella spazzatura. Stiamo parlando del 15% dei consumi alimentari annui generati tra le mura domestiche e negli esercizi commerciali. Il consumatore finale ha forse la responsabilità maggiore con il 43% del totale del cibo sprecato, un’enormità. Il restante è da attribuirsi alla filiera. Di questo il settore primario ne spreca il 65%, seguito da trasformazione (3%), distribuzione (25%) e la ristorazione (7%).

Quanto ci costa?

L’impatto dello spreco alimentare non è solo sociale, ma anche economico e ambientale. Insieme al prodotto alimentare vengono sprecate le risorse utilizzate per produrlo. Rimanendo in Italia, la ricerca stima in 13 milioni di tonnellate di Co2 l’anno l’impronta ambientale del cibo eliminato. Il costo economico ammonta a circa 13 miliardi di euro, circa 210 euro a persona l’anno. Naturalmente il primo nell’ordine delle criticità rimane l’impatto sociale, perché è cibo che non viene utilizzato per il suo scopo primario quando allo stesso tempo c’è una parte rilevante di popolazione in stato di “povertà assoluta”: parliamo, in numeri, di 1,5 milioni di famiglie.

Come nasce lo spreco?

Le cause di generazione delle eccedenze sono differenti a seconda di quale stadio della filiera viene preso in considerazione. Nella maggior parte dei casi lo spreco è legato a uno squilibrio fra domanda e offerta. Ciò vuol dire, ad esempio per lo stadio primario, una sovra-produzione (basti pensare alle annate con raccolti molto abbondanti, come è stato nel 2014 per le pesche nettarine) o, per le aziende della ristorazione, una preparazione di pasti superiore alla domanda. Le eccedenze per il consumatore finale sono invece costituite da pietanze cucinate e non servite a tavola, o da prodotti in scorta che non vengono consumati entro la data di scadenza, il più delle volte acquistati in quantità maggiore rispetto ai consumi.

Cosa fare per ridurre e/o eliminare gli sprechi?

L’eccedenza alimentare può essere gestita. Secondi i ricercatori è necessario potenziare la ridistribuzione, ovvero recuperare gli sprechi rivolgendoli all’alimentazione umana attraverso sconti, rilavorazioni, vendita a mercati secondari e donazione a organizzazioni non profit. Oppure è possibile riciclare l’eccedenza per ottenere altri materiali, ad esempio fertilizzanti o mangimi per animali o ancora sotto forma di energia. In alternativa il cibo non consumato può essere conferito ad aziende specializzate nel ritiro e trattamento dei rifiuti, in cui può esserci ancora un recupero ulteriore.

Ma non dimentichiamoci che lo spreco può essere evitato e quindi prevenuto: ad esempio dando più valore al cibo che consumiamo, facendo una spesa ragionata, non riempendo il carrello senza pensare. E soprattutto abbandonando la logica del prezzo più basso e scegliendo cibo di prossimità e fresco, evitando grossi spostamenti delle merci e sostenendo l’agricoltura locale, rispettosa dell’ambiente e delle condizioni di lavoro.

A cura di Maurizio Bongioanni
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